Fino a ieri sera quando una arietta fresca e un cielo grigio sono diventati un’ottima scusa per pensare di fare un caldo dolce!
Ho pensato a questa “non ricetta”: è la torta di pane. Una torta dalle mille versioni, una torta per la quale faccio tutto ad occhio anche perché la partenza è il pane avanzato e la quantità cambia di volta in volta.
Eravamo tornati dal mare con una piccola scorta di pane (non l’ho pesato e non saprei quantificarlo…) e quindi l’ho ammollato nel latte quasi a coprirlo tutto e l’ho lasciato lì per mezz’ora (forse di più…)
Poi l’ho strizzato e l’ho messo in una ciotola nella quale ho aggiunto: una scatola di amaretti sbriciolati, 3 cucchiai di cacao in polvere , 2 cucchiai di zucchero, un uovo intero, un po’ di uvetta fatta ammollare nell’acqua e una bustina di pinoli.
Ho mescolato il tutto . Per capire se manca qualcosa in questo rustico impasto è doveroso assaggiarlo “da crudo”…o perlomeno io faccio così :-) . Alla mia torta mancava infatti un po’ di zucchero ,avendo usato un cacao particolarmente amaro. Quindi ho fatto la mia aggiuntina e ho trasferito il tutto in una teglia rivestita di carta forno.
Temperatura 150°/170° dipende dal vostro forno e comunque non troppo elevata. La torta di pane va cotta almeno 40 minuti e se vedete che brucia troppo , abbassate la temperatura.
La prova stecchino qui non vale, nel senso che uscirà sempre umido perché è un dolce che mantiene l’umidità anche da cotto ed è quella che dà morbidezza e gli conferisce quella consistenza tipica.
Questa volta l’ho tagliata a quadretti e li ho decorati con lo zucchero a velo.
L’ho cotta in una teglia particolare : era di mia nonna e lì ci ha cotto i dolci più buoni che io abbia mai mangiato ,in cima a tutti uno strudel speciale e unico .
Mi ricordo perfettamente quando sfornava con questa teglia che sa di lei e quindi sa di Amore.
Mia nonna l’adoravo e l’adoro. Era una donna dura, poco incline alle coccole e molto pratica. Carattere certo ma anche conseguenza di una vita difficile che ha saputo sempre gestire al meglio.
A me piaceva proprio per la sua concretezza e per l’assenza di smancerie che non ho mai retto (anch’io sono un po’ così e spesso passo per donna algida e insensibile! Caratteristiche invece che non mi appartengono .I sentimenti vengono custoditi dentro di me profondamente senza farli emergere troppo…e in questo un po’ di geni “nonneschi” ci sono!)

La teglia l’ho fotografata: di alluminio , rettangolare, con le maniglie , con tanta storia. Quante volte avrà accolto strudel, rosgnazze, pinze…tutti dolci caratteristici delle zone di mia nonna. Mia nonna era istriana e la sua cucina aveva molto della cucina austriaca così i suoi dolci sapevano di cannella e di spezie. Era impossibile avere una ricetta da lei, faceva tutto ad occhio e quando le chiedevo
“ ma dammi un’idea della quantità ! Quanto zucchero???”
E lei rispondeva : “un pluc”
E “pluc” è rimasta per me l’unità di misura ad indicare un poco, quel tanto che basta che è così soggettivo e personale che il “pluc” cambia da persona a persona e cambia il risultato finale del dolce che si sta preparando!
Donna semplice ma importante e unica per me . Sapeva di buono e anche nella sua casa c’era quel profumo misto di alloro, cannella, sapone di Marsiglia…che sapeva di antico, di buone cose.
Quando ero piccola pensavo: come farò quando mia nonna morirà ?Mi disperavo solo all’idea.
E quando è successo per davvero ho provato il senso del vuoto incolmabile che nessuno riempirà mai più.
Non le dedico questo dolce perché non le appartiene, le dedico questi pensieri nati dalla sua teglia!
Quando mi cimenterò nei “suoi” dolci, sperando di azzeccare i “pluc” tramandati , sarà un remember con i fiocchi !!! sarà l’ospite speciale del mio post…:-)
Utilizzare il forno, ricordare mia nonna mi ha resa felice ma anche un po’ malinconica, ma giusto un “pluc” poi passa…











